La sindrome comprende diverse tipologie di malattie, spesso sovrapposte: striature nere delle barbatelle, malattia di Petri, esca giovane, carie bianca ed esca propria. La fase acuta, detta apoplessia, è favorita da estati calde e siccitose, soprattutto se precedute da periodi piovosi, mentre le malattie croniche sono associate a numerose specie fungine e batteriche, principalmente a funghi tracheomicotici e altre specie fungine sistematicamente diverse, definite come patogeni latenti, il cui loro ruolo non è ancora stabilito in modo definitivo.

La malattia del legno della vite provoca:
I patogeni coinvolti sono saprobi che decompongono il legno già senescente o morto, favoriti da ferite e potature intense e coni di disseccamento diffusi, gelate, innesti o altre lesioni meccaniche quali le spollonature e derivati dal passaggio degli spaghi.
Il Mal dell’esca è un fenomeno complesso legato a molteplici interazioni:
L’interazione tra questi fattori influisce sulla suscettibilità della vite e sulla progressione della malattia. La diffusione su larga scala è favorita da materiale di propagazione di bassa qualità, varietà più suscettibili e pratiche colturali intensive. In questo contesto, diventa quindi importante decifrare le relazioni che si verificano poiché, prima di raggiungere la pianta, i patogeni devono interagire con la comunità microbica associata alla rizosfera, che può sopprimere la capacità dei patogeni di invadere i tessuti vegetali.
Non esistono cure fitosanitarie specifiche per il Mal dell’esca. Le strategie più promettenti si basano sulla prevenzione e sul rafforzamento della resilienza della vite:
Queste strategie agroecologiche puntano a migliorare la fertilità del suolo, promuovere la biodiversità microbica e aumentare la resilienza delle piante agli stress ambientali, riducendo la progressione del Mal dell’esca e migliorando la produttività e sostenibilità dei vigneti.
